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Venerdì, 31 Maggio 2019
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Ci rubano il lavoro?

Le migrazioni hanno sempre assolto un ruolo fondamentale nella storia. Spostarsi sul territorio è una prerogativa dell’essere umano, è parte integrante del suo“capitale”, è una capacità in più per migliorare le proprie e altrui condizioni di vita. Nel Terzo Millennio la distruzione dell’economia contadina tradizionale e i processi di globalizzazione in atto creano masse di persone dislocate socialmente ed economicamente con legami indeboliti con la terra, la comunità e le tradizioni. Questi contadini in crisi d’identità sono il serbatoio più massiccio per le migrazioni interne  e  internazionali. L’emigrazione  ha  reso  possibile,  infatti,  l’uscita  dalla trappola della povertà da parte di molte aree rurali arretrate. Per la maggior parte di coloro che l’hanno tentata, ha funzionato bene, e ha migliorato le condizioni sia nei paesi di provenienza sia in quelli di arrivo. Nonostante l’attuale crisi economica, infatti, c’è una domanda del mercato per le qualifiche più modeste, poco remunerate (edilizia, lavori stagionali agricoli, lavoro manuale nell’industria e nei servizi, come le pulizie, assistenza agli anziani, e cosi via), e scarsamente appetite dalla manodopera nazionale. Spesso a partire sono persone motivate, attive, intraprendenti che si “adattano” alla situazione di arrivo, tanto che ne adottano anche il modello demografico dimezzando, a partire dalla seconda generazione, la propria fertilità rispetto alle regioni originarie.

Una volta arrivati raramente contendono al locale i posti di lavoro “pregiati”, il più delle volte occupano quelli che i locali tendono comunque a tralasciare. Infatti dei 2.423.000 occupati stranieri nel 2017 (10,5% di tutti gli occupati) in Italia, ben i due terzi svolgono professioni poco qualificate o operaie (nelle quali sono rispettivamente un terzo e un ottavo degli addetti), al punto che sono sovra istruiti più di un terzo di essi (34,7%, contro il 23% degli italiani). In particolare sono stranieri il 71% dei collaboratori domestici e badanti (comparto che impiega il 43,2

% delle lavoratrici straniere), quasi la metà dei venditori ambulanti, più di un terzo dei facchini, il 18,5% dei lavoratori negli alberghi (per lo più addetti alle pulizie e camerieri), un sesto dei manovali edili e degli agricoltori. Tutti impieghi pesanti, precari, poco retribuiti, spesso stagionali e caratterizzati da sacche di lavoro nero (o grigio) e di sfruttamento. Quindi poco appetibili agli italiani.

La scarsa mobilità professionale dei lavoratori stranieri li inchioda poi in una situazione di subordine che si riflette nel differenziale retributivo: in media un dipendente italiano guadagna il 25% in più rispetto a uno straniero (1.381 euro mensili contro 1.029), mentre le donne straniere guadagnano in media il 24,4% in meno dei connazionali maschi. Quindi la credenza che gli immigrati “rubano il lavoro” agli italiani è da anni smentita dalla realtà.3

Giovanna Cipollari

CVM Comunità Volontari per il Mondo

Sito Scuola CVM

Ultima modifica il Giovedì, 13 Giugno 2019 15:02